Complimenti, hai acquistato un Mac!

Così mi ha detto l’Umpa Lumpa con la maglietta azzurra dell’Apple Store, oggi. Sono proprio tutti uguali, lì dentro, vi giuro. Non potreste riconoscerli l’uno dall’altro. Non c’è modo. Sono tutti giovani, tutti spigliati, tutti assolutamente entusiasti della vita e del mondo semplice e fatato dove esistono soltanto Macdispositivi che risolvono qualsiasi problema tu possa avere, qualsiasi cosa tu debba fare. Certo non l’ha inventata Apple, la comunicazione corporate, ma volete mettere la standardizzazione sconsolante di un cassiere di McDonald, con un Genio (giuro, mi han proprio detto: Ti chiamo uno dei Geni) di Apple Store? E poi, hai voglia di distribuire linee guida, ma pare che alla Apple siano gli unici a dare delle linee guida più o meno intelligenti, assolutamente in linea con tutto il resto della comunicazione, e soprattutto, pare siano gli unici che riescono a farle rispettare: lì, proprio tutti sono assolutamente estasiati al pensiero di un Mac-qualcosa, e ognuno di loro dimostra un interesse al limite del morboso sulla tua relazione con qualsivoglia mela-oggetto. Anche qui, vogliamo mettere con le commesse cercavi-qualcosa-in-particolare di Benetton, per dire?

Anyway, questo è il primo post di iThink scritto con un iMac.

Come e dove gli Stati Uniti gettano (tra l’altro) i semi per raccogliere il consenso

S P O I L E R, ovvero: se guardate Ncis e non siete ancora arrivati alla fine della settima serie, non leggete.

Dunque, che cosa succede nelle ultime puntate? Che Abby, la ragazza dark con un cuore tenero e dieci centimetri di zeppa sotto gli stivali, si trova davanti al solito dilemma del ‘fare la cosa giusta’, il tipico dilemma del film/telefilm hollywoodiano: il mio amico si è comportato in maniera sbagliata ma è una brava persona e l’ha fatto a fin di bene, in fondo anche io forse mi sarei comportata così, quindi ora cosa faccio? Anche io la cosa sbagliata, coprendolo, o lo tradisco, facendo però almeno io la cosa giusta? E lui, poi, mi vorrà ancora bene?

Qui la situazione, però, si complica. O, in realtà: si semplifica. Perché nello specifico salta fuori che Gibbs, il nostro eroe di poche parole, l’angelo risolutore, il nostro ‘buono’ dagli occhi azzurri…beh, proprio lui ha ucciso un uomo. Non per autodifesa, non per caso, non per sbaglio: si è preparato e appostato, ha preso la mira e ha sparato. Ma il morto era l’assassino della sua famiglia, gli aveva ucciso moglie e figlia. Ah beh, allora.

Questa situazione fastidiosa si presenta sempre, in tutte le sante serie nordamericane. E, puntualmente, la situazione è posta in modo che lo spettatore si immedesimi nel protagonista-assassino-ma-non-troppo, in modo che lo capisca, lo metabolizzi, lo accetti. Mi sembra che sia un modo per aiutare l’opinione pubblica ad accettare altro. Ben altro, molto altro. Altri assassinii-ma-non-troppo, altri personaggi che decidono, autoinvestitisi di non si sa quale autorità semidivina, che cosa è giusto e cosa no, che cosa è giustizia e cosa no. 

Quello che succede in questo caso, poi, è esemplare: Abby (non a caso una donna, sospetto), non sapendo come comportarsi, finisce per pretendere da Gibbs una risposta e lui, naturalmente, le dice di ‘fare la cosa giusta’, e dunque denunciarlo. Continua così a dare il buon esempio (se ne fa troppe poi come facciamo a perdonarlo?); è invece il capo di Gibbs che, davanti al reato, finge di non vedere, lasciandoci sollevati perché in fondo ci ha convinti che alla fine era lui ad essere nel giusto.

Eppure no: non lo è. Perché la giustizia non la si fa da soli, su. E poi la cosa che mi secca più di tutte è che in tutti questi film è tutto sempre o bianco o nero, le zone grigie mancano totalmente, e invece dove le vanno ad introdurre, queste “zone grigie”? Sulla giustizia fai-da-te.

L’importanza di un telefono intelligente nell’esistenza femminile

Non so voi, ma una cosa che mi piace da morire dello smartphone – di cui, ovviamente, fino a pochi mesi fa giuravo di non aver bisogno – è che ti permette di essere multitasking in ogni momento. Me ne sono resa conto l’altro giorno a un corso, cercando notizie dei fatti citati senza dover rimandare a un secondo momento, magari scrivendo due parole a lato del foglio, che poi non avrei mai più letto, trovato, cercato. Come faceva Luca al liceo. Scriveva tutto su un taccuino nero: film, libri, fatti…passava qualche giorno e ne veniva a capo. Anche se non so bene come, visto che internet ha imparato ad usarlo molti anni dopo, e per tutti altri scopi.
Sembra banale, questa cosa di fare più cose contemporaneamente, ma non è così. Poi capisco che il multitasking sia molto più femminile che maschile (penso a mia nonna che cucina e parla al telefono mentre controlla qualche bimbo che gira per casa e a mio padre che invece al telefono mi dice: scusa un attimo che appoggio la cornetta, devo scolare le patate ), ma oltre ad essere un gran risparmio di tempo permette di fare un sacco di cose che, altrimenti, non faremmo proprio. E  di avere la possibilità di assumere sempre un ruolo attivo, in ogni momento: penso a tutto il tempo che ho perso in autobus, a lezioni inutili, in tutte quelle situazioni di attesa in cui, sì, ti annoi, ma se ti mettessi a leggere un libro non avresti tempo che per una pagina e mi dico che il telefono intelligente è, insieme alla cioccolata, la cosa che più mi facilita la vita.

The medium is the message (poi la smetto con i titoli in inglese, I swear)

Quante sono le persone con cui vi capita di mischiare in maniera spontanea, diciamo nell’arco di una settimana, praticamente tutti i mezzi di comunicazione possibili?

Secondo me, pochissime. 

Con la maggior parte delle persone si ha soltanto un tipo di interazione…o comunque, si sfrutta solo in minima parte la varietà di canali che si avrebbero a disposizione…e non  sempre a vantaggio di un trasferimento efficace del messaggio.

Facciamo questo, naturalmente, per definire, mantenere o rafforzare un determinato tipo di relazione. Perché il mezzo è importante almeno quanto il messaggio nel determinare il contenuto della comunicazione, e penso che ognuno di noi decodifichi come metamessaggio non solo la scelta di un mezzo a scapito di un altro, ma anche la scelta di “un mezzo” piuttosto che “tutti i mezzi”. 

E comunque, penso che tutto ciò avvenga in maniera semi-inconscia, quasi mai razionale o ragionata. Più o meno, secondo me, accade questo:

-con alcune persone desideriamo condividere tante cose: un’immagine, e allora la inviamo via mms, un episodio, e così telefoniamo per raccontarlo, un articolo o un video, e lo condividiamo immediatamente copiando il link via skype o msn. In pratica, la voglia di condivisione con una persona in particolare determina la comunicazione e il mezzo è, in un certo senso, casuale (quello più pratico in quel preciso momento).

-con tutte le altre persone, preferiamo comunicare in un determinato modo, ed è questo a definire i tempi. In pratica, quando si crea l’occasione per comunicare con quel mezzo, si passa all’azione, altrimenti il possibile messaggio rimane ‘latente’, perché non ha abbastanza forza, in sé, per arrivare a destinazione.

Il titolo è pretenzioso, lo so, era soltanto per tentare di fare audience con una citazione ad effetto. Se volete leggere un post che si adatti meglio a questo titolo, magari, andate qui.

Yet another blog on communication

Era un po’ di tempo che avevo in mente questo blog. Ed era un po’ di tempo che mi interrogavo sul nome più appropriato. Poi, quando stavo per condividere per la prima volta con qualcuno il titolo che avevo scelto…

“Un blog sulla comunicazione? Sai che novità…e come lo chiami, Yet another blog on communication?

Beh, sì, il titolo che avevo in mente era proprio quello. Modesto, della serie “non sto dispensando nessuna perla di saggezza”, ma chiaro nella dichiarazione di intenti, almeno. Comunque, tra le altre cose mi è stata raccontata tutta una storia sulla connotazione che avrebbe avuto, dovuta a un altro Yet another… che non c’entrava niente (chissà, forse questo: yacc) e quindi ho abbandonato il titolo di cui mi ero già innamorata perché, sì, mi suonava proprio bene in testa.

Insomma, per farla breve, dopo un brainstorming dei poveri, nel senso che poi molto presto mi son stufata e ho tirato a sorte tra quelle quattro idee che la mia mente aveva prodotto, è uscito questo titolo qui, iThink. Che invecchierà molto velocemente, iKnow, e che non ha nulla a che vedere con il mio credo politico (iGoogle), ma penso che in un secondo tempo potrei sempre cambiarlo.

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